13 Dec, 2020

Come va pensato il ruolo di Bitcoin in un portafolio?

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13 Dec, 2020

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Articolo originale su Cointelegraph Italia

Introduzione 

Quando investiamo, dobbiamo farlo guardando al valore di un asset e al suo ruolo nel nostro portfolio, non soltanto al suo prezzo.

Quando si parla di investimenti, la parte più frustrante è l’incessante focus sul prezzo piuttosto che sulla qualità, le caratteristiche o i possibili usi dell’asset. La psicologia dell’investitore poi ci spinge quasi sempre ad entrare in un asset quando è più volatile e costoso, momento storicamente peggiore. Come nella vita, anche nel mondo dell’investimento ci vuole un po’ di buon senso e di organizzazione. Quando investiamo, dobbiamo farlo guardando al valore di un asset e al suo ruolo nel nostro portfolio. Un portfolio è come un puzzle: ogni pezzo ha un ruolo ben preciso e va quindi costruito con attenzione.

In questo periodo vi è molta euforia nei mercati, sia in quelli azionari che nelle criptovalute. Si parla molto di Bitcoin e dell’appetito che cominciano ad avere i fondi istituzionali. Tra i nostri clienti si sono create due fazioni: da una parte i Bitcoiners, quelli che metterebbero tutti i loro capitali in BTC; dall’altra gli scettici, quelli che paragonano l’asset alla bolla dei Tulipani nell’Olanda del 1600. 

In quest’articolo spiegherò come vedo Bitcoin da investitore, la sua posizione nel portfolio, perché non metterei mai tutti i miei risparmi in un unico asset, e perché investire è una questione generazionale. 

La questione generazionale 

In famiglia, parlare di asset porta sempre a discussioni senza fine: le diverse generazioni vedono la gestione dei capitali in maniere differenti. Questa è una caratteristica abbastanza comune, in quanto ogni generazione investe in base ai tempi che corrono. Lo stato sociale ed economico condiziona fortemente la nostra propensione al rischio.

Per esempio la Silent Generation, quella nata tra il 1928 ed il 1945, ha vissuto in un periodo di forte instabilità e per questo il loro interesse era maggiormente nell’oro. I Baby Boomers invece, quelli che hanno visto uno dei boom demografici ed economici migliori della storia, sono stati avidi compratori di azioni perché queste beneficiano in periodi espansivi. La generazione X, quella dopo i Baby Boomers, è invece arrivata in un periodo dove gli yield e i ritorni azionari cominciavano a calare. Per questo motivo, hanno avuto un forte interesse negli Hedge Funds e in tutte quelle strutture alternative che offrivano (o promettevano) ritorni superiori al mercato.

E questo ci porta all’ultima generazione. Quella che da qualche anno è entrata nei mercati: i Millennials. La generazione più grande della storia sta vivendo in un periodo nel quale i mercati sono ai massimi storici. Ma i mercati e l’economia hanno poi raggiunto un divario mai visto prima: mentre i mercati continuano a salire, le economie peggiorano. Questa situazione sta spingendo i Millennials sempre più verso il Bitcoin, the disrupting asset.

I Fondi Istituzioni l’hanno fiutato?

Fino a qualche anno fa la relazione tra Institutional Investors e Bitcoin sembrava quasi impossibile. In realtà l’evoluzione sembra in linea con quella di un asset nuovo e non convenzionale: gli Institutional, e qui parliamo dei grandi money managers, prima di adottare un asset hanno bisogno di tempo. Devono sentirsi a proprio agio, o per lo meno capire i rischi e avere un track record: Bitcoin oggi ha raggiunto questo track record, avendo più di 10 anni. Inoltre è importante che un asset, per essere ritenuto tale, attraversi almeno una crisi, in quanto gli investitori vogliono sempre vedere come si comporta durante i periodi meno rosei.

Bitcoin è stato battezzato a marzo 2020: oggi è ancora vivo e vegeto, diretto verso livelli ancora più alti. Per questo motivo Bitcoin ha seguito i passi che segue qualsiasi altro asset: è partito dagli angel investors, o meglio quegli investitori che hanno più appetito al rischio (come i fratelli Winklevoss ad esempio), molti dei quali sono divenuti miliardari grazie alla criptovalute.

Siamo poi passati a Michael Novogratz, il fondatore del fondo di investimento Galaxy Digital Holdings, che ha lavorato come hedge fund manager presso Fortress Investment Group e Goldman Sachs. Ha seguito Barry Silbert, il fondatore di Grayscale Investments, ovvero l’azienda che gestisce il Bitcoin Investment Trust (GBTC), il primo fondo che ha effettivamente dato accesso a Bitcoin al mondo istituzionale. Negli Stati Uniti, Grayscale è diventato il portale che aiuta i fondi istituzionali a diversificare i propri portfolio e prendere esposizione in Bitcoin. Secondo Morningstar, dall’inizio dell’anno il prezzo di GBTC è cresciuto del 189%, mentre il NAV è del 161%. Questi numeri mostrano quanto stia aumentando l’appetito per Bitcoin da parte dei fondi istituzionali.

Fidelity, uno dei money managers più grandi d’America, offre già un fondo dedicato a Bitcoin, al momento è limitato ai clienti private. Infine, l’uomo che tutti aspettavano questa settimana ha detto la sua su Bitcoin: Larry Fink, CEO di BlackRock, il money manager più grande al mondo, ha dichiarato che il mercato di Bitcoin è ancora molto piccolo ma che potrebbe evolversi in un mercato globale. Le sue dichiarazioni non sono state un vero endorsement, ma mostra che anche BlackRock sta cominciando a pensare a Bitcoin seriamente. Questo è un passo molto importante nell’evoluzione della criptovaluta. 

Come pensare al ruolo del Bitcoin in un portafolio

In quanto risparmiatori, abbiamo a nostra disposizione principalmente due strategie. Da una parte possiamo avere un portfolio molto concentrato, ovvero puntare tutti i risparmi su un unico asset: se questo andrà bene i profitti saranno ingenti, ma se andrà male si rischia di perdere una grossa fetta del proprio capitale. Per tale motivo è consigliabile la seconda opzione, ovvero creare un portfolio molto diversificato ma con esposizione maggiore all’asset che ci interessa. Tuttavia, dobbiamo prima capire perché stiamo scegliendo un determinato asset in base al rischio, al potenziale di ritorno e allo scenario macroeconomico.

Tornando a Bitcoin: qual è il suo ruolo? Niall Ferguson, famoso storico e autore del libro “Ascesa e declino del denaro”, la scorsa settimana ha scritto un pezzo su Bloomberg intitolato “Bitcoin is Winning the COVID-19 Monetary Revolution”. Secondo Ferguson stiamo vivendo in un periodo di grande cambiamento, dove vi sarà una rivoluzione monetaria. Allo stesso tempo la pandemia sta accelerando la digitalizzazione del mondo: da questo punto di vista Bitcoin è un asset che protegge dal systemic risk, ovvero il rischio legato al sistema monetario.

Secondo il quant trader PlanB, ideatore del celebre modello Stock-to-Flow, e Saifedean Ammous, autore del libro “Bitcoin Standard”, Bitcoin è un asset raro proprio come l’oro: potranno esistere soltanto 21 milioni di BTC. Paul Tudor Jones, uno degli hedge fund managers più conosciuti al mondo, ha spesso parlato di Bitcoin come un hedge contro l’inflazione, che a suo parere sarà il risultato delle politiche monetarie espansive della Federal Reserve.

Se quindi seguiamo questa logica, Bitcoin è un asset anti crisi, raro e che ci protegge dall’inflazione. Quindi somiglia molto all’oro, unica differenza è che essendo nella parte iniziale della propria vita ha anche un enorme potenziale di crescita. Lo stesso non vale per l’oro, asset che conosciamo dai tempi dei romani. 

Bitcoin è l’asset più disruptive che la nostra generazione, o quella precedente, abbia mai visto. Nonostante il rifiuto da parte della SEC di approvare un ETF su Bitcoin, negli ultimi dieci anni la criptovaluta ha compiuto passi da gigante. L’interesse dei grandi money manager conferma l’aumento della fiducia da parte del mondo istituzionale.

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